amarcord.amicinellarte.it
English Version Versione in Italiano 
Visitatori: 5.470.829
Mercoledì, 16 Ottobre 2019


PRIMO PIANO

SOCI

GALLERIE PERSONALI

CALENDARIO

PRESS ROOM

LINKS

LOGIN
Ricorda Login 

CERCA NEL SITO

Ricerca avanzata > 



HUMOR'S CORNER

SEGNALA UN EVENTO

IN EVIDENZA


ISCRIVITI AL SITO

COME ASSOCIARSI

*PAYPAL*

CERCO / OFFRO

PRIVACY

AGGIORNAMENTO
15 Settembre 2017





LIBRI

« prec

Kaliningrad, Danzica e dintorni - Viaggio sul confine russo-polacco
Settimo libro di Paolo Vettori
Continua il viaggio dell’autore alla riscoperta di quei paesi che in Europa hanno maggiormente sofferto, negli ultimi decenni, di una sorta di oblio. A condurlo verso quella zona del Baltico è stata anche la forte attrazione verso la “grande madre Russia”, là rappresentata da uno dei suoi “gioielli” più recenti, Kaliningrad, un tempo Konigsberg (capitale della Prussia Orientale e città natale di Kant) che Stalin, a guera finita, aveva voluto annettere direttamente alla Russia, anziché alla vicina Lituania, anch’essa sovietizzata.

clic per ingrandire
Titolo

Kaliningrad, Danzica e dintorni - Viaggio sul confine russo-polacco

Autore

Paolo Vettori

Pubblicazione

2015

Editore

Edizioni Helicon

Pagine

176, brossura

Prezzo

10,00 €

ISBN

978-88-6466-318-0

Info

Narrativa

Nato a Poppi il 30 Maggio 1948 e laureato in Scienze Politiche, all’Università di Pisa nel Novembre 1971, Paolo Vettori ha lavorato presso le strutture territoriali dal Ministero del Lavoro per circa 39 anni, dal 15 Novembre 1974 al 31 Maggio 2013, inizialmente come funzionario e quindi - dal 1° Gennaio 1987 sino al 31 Maggio 2013, data del pensionamento - come dirigente in varie strutture territoriali del Ministero del Lavoro, in Lombardia (Como, Sondrio, Brescia, Cremona, Mantova) in Emilia (Piacenza) e infine, dal Maggio 2000 al Maggio 2013, in qualità di direttore regionale del Lavoro della Liguria, a Genova.
Ha pubblicato le seguenti opere di narrativa: “Chopin Express - Reportage dalla Polonia” Editore Mauro Baroni, Viareggio, 1997; “L’ultima estate di pace” L’autore Libri, Firenze, 1999; “Isola Calva e dintorni – lettere dal Pianeta Giustizia” Edimet Edizioni, Brescia, 2002; “Faccia a faccia con l’ultimo sbirro di Stalin” Edizioni Albatros-Il Filo Viterbo, 2011; “Diario di un burocrate per caso” Giovane Holden Edizioni, Viareggio, 2013; “Yerevan/Stepanakert - Ai confini dell’ex impero sovietico”, Edizioni Helicon, Arezzo, 2014.

link al libro sul sito personale dell’autore »

 

Introduzione


Questi miei appunti di viaggio richiedono - credo - un paio di chiarimenti preliminari.
Il primo riguarda la ragione per la quale - nell’ambito di un testo dedicato alla regione baltica oggi divisa tra Polonia e Russia - abbia voluto inserire anche le pagine su Gorizia e Nova Gorica.
È una scelta che può apparire azzardata ma che ha una sua logica precisa, nella misura in cui tende a sottolineare il vero motivo ispiratore del libro.
Mi riferisco al tema del confine, o, per essere più precisi, dei confini scaturiti dalla Seconda Guerra Mondiale.
Alcuni non esistono più, essendo stati cancellati dall’allargamento ad est dell’Unione Europea, altri invece (come quello russo-polacco) ci riportano indietro di almeno un quarto di secolo, quando il nostro continente era attraversato, da Capo Nord sin quasi a Salonicco, da un confine ben diverso dalle normali frontiere internazionali, un confine che “si insinua tra le case e le vie, tra i campi e i giardini, tra le persone; divide il mondo in due parti, costituisce barriera e nel contempo “sfida”.
Ho voluto riportare, qua, la frase contenuta in un bel film documentario prodotto nel 2002, insieme ad un’emittente slovena, dalla Sede Regionale RAI di Trieste (“Moje Meya - Il mio confine” di Nadja Veluscek e Anja Mevdev), perché esprime alla perfezione il concetto di confine, come è stato vissuto dalla mia generazione, la “generazione della guerra fredda”, nata e cresciuta nell’immediato dopoguerra, all’ombra della “cortina di ferro” e del “Muro di Berlino”.
E tuttavia il riferimento al vecchio confine goriziano - cancellato per sempre nel 2004 con l’adesione slovena all’Unione Europea - non vuole essere semplicemente uno sguardo sulla Storia tormentata del Novecento, sul filo dei miei ricordi giovanili, ma contiene, al contrario, un messaggio di speranza ben preciso, per l’avvenire.
L’area di Gorizia-Nova Gorica è diventata infatti una vera e propria città transnazionale (la prima in Europa, insieme, forse, a Cieszyn/CeskiTesin, nella Slesia Meridionale, tra Polonia e Cechia) un unico agglomerato urbano che, pur diviso tra due Stati, si configura come una realtà sostanzialmente unitaria sotto il profilo non solo economico ma anche dei principali servizi pubblici (anzitutto sanità e trasporti).
L’auspicio è che il “miracolo” - di cui siamo stati testimoni, dopo il “secondo magico Ottantanove”
- possa ripetersi, un giorno, più ad est, con l’abbattimento delle frontiere che, ancora oggi, separano Russia e Bielorussia dal resto del continente e la creazione di un grande spazio comune, da Lisbona sino a Vladivostok.
La seconda precisazione si riferisce, invece, alla mia decisione di inserire, nel viaggio, una tappa a Szymbark e Wiezica, due paesini dell’entroterra di Danzica, che ospitano, però, alcune delle principali istituzioni culturali (l’Università Popolare ma soprattutto il CEPR, il centro di educazione e promozione della regione) impegnate a tutelare l’identità linguistica e culturale della comunità Kasciuba, sopravvissuta per secoli in una ristretta area di campagna, all’interno della Pomerania, che è riuscita ad ottenere un pieno riconoscimento solo nel 2005, grazie alla legge sulla tutela delle minoranze etniche, in base alla quale la lingua degli antichi abitanti slavi dell’estremo settentrione del Paese ha ottenuto lo status di “lingua regionale”, la sola in tutta la Polonia.
Va sottolineato che il mio interesse per quest’aspetto, all’apparenza marginale, della nuova Polonia democratica, è strettamente legato alla Storia del Paese, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, quando lo Stato Polacco (risorto dalle ceneri dei tre grandi Imperi che, nel Settecento, avevano decretato la cancellazione della Polonia dalle carte geografiche) si era trovato a fare i conti con grosse ed agguerrite minoranze etniche, in particolare nei territori dell’Est, che la sconfitta dell’Armata Rossa nella battaglia della Vistola dell’agosto del 1920 e il successivo Trattato di Riga avevano assegnato alla Polonia, nonostante si trattasse di regioni abitate in prevalenza da Ucraini e Bielorussi. Per tutti gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso il rapporto con le comunità ucraine e bielorusse dell’Est era stato uno dei punti deboli del rinato Stato Polacco, su cui incombeva la duplice minaccia sovietica e tedesca (in particolare dopo la salita al potere di Hitler nel gennaio del ’33).
A guerra conclusa, nella Polonia, ormai ridotta a “satellite di Mosca”, l’annosa questione delle minoranze etniche sembrava essere stata risolta alla radice, grazie al ritorno dei territori ucraini e bielorussi alle rispettive repubbliche Sovietiche e l’allontanamento in massa dei tedeschi dalle vaste aree strappate al “Reich”. Eppure l’atteggiamento del governo di Varsavia, nei confronti delle sparute minoranze etniche rimaste nel Paese, continuava ad essere profondamente negativo.
In questo contesto la legge sulla tutela delle minoranze etniche (concepita più o meno in concomitanza con l’adesione polacca all’Unione Europea) assume il significato di una rottura definitiva con il passato. Il che spiega la curiosità che mi ha spinto ad andare a verificare, in loco, l’effettivo funzionamento dei meccanismi introdotti, esattamente dieci anni fa, a tutela delle minoranze linguistiche, di cui quella kasciuba è oggi la più numerosa.

Paolo Vettori

 

Incipit


Kaliningrad/Danzica e dintorni
Viaggio al confine russo-polacco tra Storia e Attualità

Danzica, 10 Ottobre 2014

Prima giornata di questa mia “settimana baltica”, a cavallo del confine russo-polacco, quella linea di frontiera che, dalla fine della II Guerra Mondiale, taglia in due la vecchia Prussia Orientale, collegando direttamente (ma forse, oggi, sarebbe più esatto dire: “separando”) Polonia e Russia.
Sono arrivato ieri sera quasi a mezzanotte, con oltre un’ora di ritardo rispetto all’orario, con l’intercity del pomeriggio da Cracovia, per cui, stamattina, faccio fatica ad alzarmi.
I tempi in cui mi facevo, senza battere ciglio, due nottate in treno, tra Venezia e Varsavia, sono un ricordo ormai lontano.
Me la prendo quindi comoda, tanto più che il mio appuntamento con il presidente dell’Associazione Kasciuba è fissato per le 11.
Arrivo con un quarto d’ora di anticipo alla Stazione di Danzica Centrale (Gdansk Glowna) col trenino che collega tutti i quartieri di “TrojMiasto”, la città tripla o meglio la città dalle tre teste, un unico grande agglomerato urbano disteso sulle sponde della Baia di Danzica ma diviso, dal punto di vista amministrativo, nei tre Comuni di Danzica, Sopot e Gdynia.
È una bella giornata di sole, un sole di fine estate, a dispetto del calendario.
Decido perciò di farmi a piedi le poche centinaia di metri che separano la Stazione dal Palazzo della Regione (“Wojewodza” in polacco) in cui mi aspetta il mio interlocutore.
Mentre percorro gli ampi viali alberati, cerco di riordinare le idee.
L’incontro è nato quasi per caso, su iniziativa del Direttore del Museo della cultura kasciuba di Wejherowo, che ha voluto mettermi in contatto con il presidente della “Zrzeszenie Kashubsko-Pomorskie”, la storica associazione che si è battuta tenacemente per il riconoscimento dei diritti della minoranza di lingua kasciuba, ovvero i discendenti dell’antica popolazione slava di quest’area del Baltico, che, nei lunghi secoli dominati dall’aspro conflitto tra polacchi e tedeschi, è riuscita a salvaguardare la propria identità nell’entroterra, in quel piccolo ma suggestivo angolo della Pomerania, ricco di boschi e laghetti, che, da queste parti, amano chiamare “la nostra piccola Svizzera”.
Soltanto nel 2005, il “Sejm” (il Parlamento polacco), nell’approvare la legge sulla tutela delle minoranze etniche, ha riconosciuto la lingua Kasciuba come lingua regionale - l’unica in tutto il Paese - da salvaguardare con tutta una serie di misure, dall’insegnamento nelle scuole locali sino al sostegno anche finanziario alle Istituzioni ed associazioni, la cui “mission” è appunto quella di valorizzare e difendere il patrimonio culturale della regione in tutte le sue espressioni (non solo la lingua, ma anche la musica, la cucina ecc.).
Personalmente non mi era mai capitato di entrare in contatto con questa realtà, particolarmente radicata in aree circoscritte dell’entroterra, per cui ho colto al volo una tale opportunità. Arrivo all’ “Urzad Marsalkowsy”, il Palazzo della Regione, con cinque minuti di anticipo e trovo ad attendermi all’ingresso Ewa, una funzionaria che conosce abbastanza bene l’Italiano e che si è quindi prestata a fungere da interprete...

«continua»


link alla pagina dell’autore su www.amicinellarte.it »


« prec


versione senza grafica
versione pdf

 





Copyright © Pascal McLee 2000-2017. All Rights Reserved.
Amici nell Arte noprofit - C.F. 90034540097
Questo sito web fa uso di cookie tecnici 'di sessione', persistenti e di Terze Parti.
Non fa uso di cookie di profilazione.
Proseguendo con la navigazione intendi aver accettato l'uso di questi cookie.
OK
No, desidero maggiori informazioni