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LAVORO E ARTE
 Il Lavoro nell'Arte
 Sezione curata da Corrado Calò
 intenditore d'arte


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Il fregio dell’Altare della Patria dedicato al Lavoro
Angelo Zanelli
1908-1923

il fregio dell’altare della patria dedicato al lavoro - angelo zanelli
"Il fregio dell’Altare della Patria dedicato al Lavoro" - altorilievo - Angelo Zanelli - 1908-1923

 

scheda critica


Ammetto che scrivere dell’Altare della Patria per chi, come me, è un appassionato dell’arte italiana fra Otto e Novecento determina quasi un “timore reverenziale”. Bollato disdegnosamente con epiteti canzonatori e denigratori dai sostenitori di una visione “modernista” dell’architettura, l’Altare della Patria è una vera e propria silloge della scultura italiana del periodo in cui fu eretto (iniziati nel 1885, i lavori furono ultimati nel 1935). Fortunatamente, però, nell’ultimo quindicennio, grazie soprattutto all’interessamento e allo stimolo del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, l’Altare della Patria è tornato ad essere uno dei simboli più densi di significato del nostro Stato e della nostra storia, compendio dei valori ideali e delle virtù civiche a cui il popolo italiano dovrebbe tendere. Riprendendo il titolo di un bel libro dedicato a questo insigne monumento, esso è davvero, per gli Italiani, la “Patria di marmo”, che dall’anno 2000, con la sua riapertura al pubblico, è tornato ad essere fruibile da tutti e non è più solamente lo scenario di cerimonie civili e militari. Le vicende della sua edificazione – fu concepito come monumento al “Gran Re” Vittorio Emanuele II e per questo denominato “Vittoriano” – sono le vicende di una nazione che si impegnava con immane fatica a diventare Stato, e in questo senso lo si può tuttora considerare una metafora della nostra storia unitaria, il simbolo di una tensione corale verso una mèta non ancora del tutto conquistata.
Fra le numerose opere scultoree da cui è adornato, ci occuperemo del fregio intitolato “Il lavoro che vivifica e feconda”, collocato alla base del piedistallo del monumento equestre a Vittorio Emanuele II, sulla sinistra della tomba del Milite Ignoto, lì posta il 4 novembre del 1921 e che fece del Vittoriano l’Altare della Patria. Esso è opera di Angelo Zanelli, nato il 17 marzo 1879 sulla sponda bresciana del lago di Garda e formatosi artisticamente a Brescia, Firenze e Roma, dove, nel 1908, partecipò al concorso per il fregio da collocarsi alla base della statua del Re, risultandone vincitore a pari merito con il carrarese Arturo Dazzi. Entrambi dovettero realizzare l’opera proposta in gesso e a grandezza naturale e montarla “in loco” per valutarne l’effetto. Il caso volle che il giorno dell’inaugurazione ufficiale del monumento (in realtà lungi dall’essere completato), il 4 giugno 1911, in occasione dei festeggiamenti per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, fosse esposto il fregio di Zanelli che potè così essere apprezzato dalle autorità intervenute, sovrano compreso. Nel novembre successivo lo scultore bresciano venne proclamato vincitore unico del concorso e incaricato dell’esecuzione in marmo dell’opera, impresa che richiederà ben dodici anni, giungendo a compimento solo nel 1923.
“Il lavoro che vivifica e feconda” è un’opera di chiara impronta simbolista, sia pur pervasa da un solenne classicismo, tesa a rappresentare, come del resto tutte le sculture presenti nel grandioso monumento, più che dei fatti, delle idee e dei valori: dei simboli, appunto. All’occhio più attento non sfuggirà la sua somiglianza con il fregio del monumento a Giosue Carducci a Bologna, il cui autore fu Leonardo Bistolfi, il maggior esponente in Italia del Simbolismo in scultura.
Per noi, che siamo ormai lontani da quella visione simbolica della realtà, l’altorilievo di Angelo Zanelli è di difficile lettura e comprensione con i suoi buoi, cavalli, chiarine squillanti – immaginiamo – marce trionfali, vigorosi corpi michelangioleschi, figure femminili volteggianti, che si snodano, come è stato scritto, in “una sinfonia di forme calde e ordinate”. Però, quel che qui interessa rilevare non è la descrizione analitica dei dettagli, bensì l’intento dell’autore di rappresentare il lavoro non come fatica e sofferenza, ma esaltarlo e glorificarlo quale fonte di civiltà e di progresso, anticipando figurativamente, si può dire, il contenuto dell’articolo 1 della nostra attuale Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.”

di Corrado Calò
Pubblicato su “Slurp!” del luglio 2012
Bologna

 

artista


 

Angelo Zanelli
(San Felice del Benaco, 17 marzo 1879 - Roma, 1942)

Angelo Zanelli è stato uno scultore italiano.
Nacque il 17 marzo del 1879 a Palazzo Rotingo, nel cuore di San Felice del Benaco.
Frequentò dapprima la bottega di Pietro Faitini a Brescia, ottenuta una pensione triennale potrà studiare all'Accademia delle Belle Arti a Firenze.
Nel 1904 si trasferì a Roma, dove incontrò Felice Carena, con cui strinse una profonda amicizia. Vinse l'appalto per la realizzazione di sculture al Vittoriano, sua opera principale, dove lavorò fino al 1925.
Presidente dell'Accademia delle Belle Arti a Roma nel 1931 e Accademico d'Italia nel 1938.
Lavorò soprattutto per opere pubbliche, ma non disdegnò gli incarichi privati.
L'artista è conosciuto anche all'estero: nel 1928 creò le monumentali sculture di bronzo che scortano l'entrata del Campidoglio a L'Avana. La colossale statua della Repubblica che fu divisa in tre parti per il suo trasporto a Cuba.
Tra le sue opere vi sono anche i monumenti ai caduti a Imola e Bologna.
Morì a Roma nel 1942.

 


ulteriori informazioni sulla vita e le opere dell'artista sono reperibili presso il sito di Wikipedia »
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