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LAVORO E ARTE
 Il Lavoro nell'Arte
 Sezione curata da Corrado Calò
 intenditore d'arte


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L'oratore dello sciopero
di Emilio Longoni
1891

l'oratore dello sciopero - emilio longoni
"L'oratore dello sciopero" - opera pittorica - Emilio Longoni - 1891

scheda critica


Non so, perché non l’ho ancora visitata – ma ci andrò senz’altro, e suggerisco a tutti di andarci - , se la mostra sul Divisionismo, che si è aperta il 25 febbraio al Palazzo Roverella di Rovigo, esponga anche il quadro sul quale ci soffermeremo questo mese, ma spero di sì, perché i dipinti andrebbero sempre visti dal vero, per coglierne l’autenticità dei colori e la consistenza delle pennellate, che nessuna fotografia, neppure quelle contenute nei “cataloghi ufficiali”, potrà mai rivelare.
“L’oratore dello sciopero” di Emilio Longoni, del 1891, è un’opera che rientra infatti nella corrente del Divisionismo che ebbe, soprattutto a Milano, un’impronta spiccatamente sociale, affrontando temi di carattere politico e rappresentando scene popolari. Questo, che gli storici dell’arte definiscono “divisionismo ideologico” o “socialista”, ebbe in Giuseppe Pellizza da Volpedo il suo massimo rappresentante e nell’opera “Il Quarto Stato”, di cui ci siamo occupati sul numero di settembre 2011 di “Slurp!”, il suo apice artistico. Ma prima ancora di Pellizza da Volpedo, Emilio Longoni aveva affrontato il tema delle lotte dei lavoratori con la veemenza e la partecipazione di chi delle classi subalterne faceva parte davvero, sin dalla nascita. Emilio Longoni nacque infatti, nel 1859, da una famiglia molto povera di Barlassina, vicino a Milano (la cui Banca di Credito Cooperativo è oggi proprietaria de “L’oratore dello sciopero”), quarto di dodici figli. Fu quindi costretto, ancora adolescente, a svolgere i più svariati lavori per mantenersi, fra cui quello di pittore di giostre e giocattoli, attività nella quale cominciò a dar prova del suo talento artistico. Il suo primo maestro, il cartellonista Faustino Colombo, lo esortò ad iscriversi all’Accademia di Brera, da dove passò, per un breve periodo, all’Accademia di Belle Arti di Napoli, all’epoca ancora considerata, con Roma, la più importante d’Italia. A Brera conobbe Giovanni Segantini, che diverrà il principale esponente dell’altra corrente del Divisionismo, quella c.d. “ideista” e simbolista, alla quale lo stesso Longoni successivamente si accosterà. Gli anni ottanta e novanta dell’Ottocento furono gli anni delle lotte socialiste, le più convinte ed accese, cui Longoni aderì con entusiasmo, mettendo la sua arte al servizio di quell’ideale. Il 1° maggio del 1890 i socialisti decisero di festeggiare i lavoratori proclamando uno sciopero generale, da appena un anno dichiarato non più penalmente perseguibile dal Codice Zanardelli. Emilio Longoni con ogni probabilità partecipò alla manifestazione, che vide un’imponente partecipazione di lavoratori, a Milano, e sicuramente ne trasse degli schizzi dal vero. Il risultato fu il quadro del quale trattiamo, che intitolò appunto “Primo Maggio”, e solo in un secondo momento, quando fu esposto alla I Triennale di Brera nel 1891, ne mutò il nome ne “L’oratore dello sciopero”. Il dipinto rappresenta la scena di un oratore improvvisato, un muratore che immaginiamo più ispirato che dotato di eloquio, arrampicato sull’impalcatura di un edificio in costruzione (segnalata anche allora da un lanternino rosso) che arringa la folla dei dimostranti nei suoi poveri abiti da lavoro, le scarpe consunte ridotte a pantofole, gli occhi incavati e le spalle ingobbite, ma il pugno chiuso, a significare forza, unione e volontà di riscossa. Altri pugni chiusi s’agitano ai suoi piedi, a dargli manforte, acclamando e fischiando, mentre in secondo piano le forze dell’ordine caricano i manifestanti. La scena si svolge a Milano, riconoscibile dalle chiese rappresentate sullo sfondo.
L’opera, quando fu esposta, fece scalpore, suscitando ampi consensi ed aspre critiche, a seconda dell’ideologia degli osservatori, anche per il carattere innovativo della tecnica utilizzata, benché ancora piuttosto acerba. Longoni proseguì per qualche anno sul piano dell’impegno politico e sociale, perfezionando sempre più la sua tecnica divisionista; nel 1894, alla II Triennale di Brera, presentò quello che può considerarsi un piccolo capolavoro: “Le riflessioni di un affamato”, opera che, nella sua laconicità, dovette apparire ben più pericolosa de “L’oratore dello sciopero”, visto che costò a Longoni una denuncia per istigazione all’odio di classe, ma che ciò nonostante fu pubblicata sui giornali socialisti.

riflessioni di un affamato - emilio longoni
"Riflessioni di un affamato" - opera pittorica - Emilio Longoni - 1893

Poi, nel maggio 1898, il generale Fiorenzo Bava Beccaris, incaricato di reprimere le manifestazioni operaie, sparerà sui dimostranti armati solo di bastoni, facendone strage: 81 morti e 502 feriti. Il re in persona, Umberto I, premierà il generale con la Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia e con un seggio al Senato. Il sovrano pagherà due anni dopo con la vita questo gesto. Sarà l’astuto Giolitti, nei primi anni del Novecento, ad “addomesticare” i socialisti, proteggendone le riunioni, facendone circolare gli stampati, cercandone i voti in Parlamento, togliendo loro, in sostanza, ogni carica eversiva e rendendoli, per così dire, “alla moda”, tanto che ogni famiglia-bene del Nord Italia vantava in quegli anni, fra i suoi esponenti, almeno un socialista.
Questi eventi, come spesso accade a chi crede ardentemente in un ideale, segnarono nel profondo Emilio Longoni il quale spostò la sua ricerca interiore ed artistica dall’ambito politico a quello spirituale (tra l’altro, si avvicinò al buddismo), senza tuttavia mai abbandonare la tecnica divisionista - caratterizzata, lo ricordiamo, da piccolissime pennellate di colore che si mescolano non sulla tela ma sulla retina di chi guarda - che anzi continuò sempre ad approfondire e a sperimentarne nuove soluzioni e varianti. Del 1903 è “Armonie del ruscello”, di recente esposto, non a caso, in una mostra dedicata al Simbolismo tenutasi a Padova. Il tema delle opere di Longoni divennero, soprattutto, i ghiacciai e i paesaggi alpini, proprio come il suo collega (che raggiunse però ben altre “vette” artistiche) Giovanni Segantini. Longoni si recava personalmente sulle alte cime montuose proteggendosi dal freddo grazie ad una piccola baita smontabile ed eseguiva numerosi studi dal vero che rielaborava in dipinti una volta tornato a Milano, dove rimontava la baita intorno al letto. Si concentrava soprattutto sulla resa della luce e dei colori, cercando di rappresentare non tanto la verità dei luoghi ritratti quanto le sensazioni e le emozioni che essi gli suscitavano. Delle opere di questo periodo è stato scritto infatti che “i paesaggi di Longoni non sono descrizioni di luoghi, ma di atmosfere e stati d’animo”.

il suono del ruscello - emilio longoni
"Il suono del ruscello" - opera pittorica - Emilio Longoni - 1902/03

Emilio Longoni morì il 29 novembre 1932 a Milano, ed è sepolto nel Cimitero Monumentale del capoluogo lombardo.

di Corrado Calò
Pubblicato su “Slurp!” del marzo 2012
Bologna

artista


Emilio Longoni
(Barlassina (MB), 9 luglio 1859 – Milano, 29 novembre 1932)

Emilio Longoni nasce a Barlassina (MB) il 9 luglio 1859, quartogenito di dodici figli, dal garibaldino e maniscalco Matteo Longoni e dalla sarta Luigia Meroni.
Fin da piccolo ha una grande passione per la pittura.
Finite le scuole elementari viene mandato a Milano a lavorare come garzone.
Dal 1875 al 1878 frequenta l'Accademia di Brera dove ottiene molti riconoscimenti.
Nel 1882 incontra Giovanni Segantini, già compagno a Brera, che lo presenta ai fratelli Alberto e Vittore Grubicy, titolari di una galleria d'arte attiva nella promozione di giovani artisti.
Nel 1886 riesce a prendere in affitto uno studio in via della Stella, attuale via Corridoni 45. Inizia a fare ritratti e nature morte per l'aristocrazia e borghesia milanese. Tra i suoi committenti vi è il banchiere Giovanni Torelli, il collezionista Giuseppe Treves fratello dell'editore Emilio Treves, il banchiere Lazzaro Donati. Nel 1891 partecipa alla Prima Triennale di Brera con opere che lo rendono noto al pubblico e alla critica. Sviluppa uno stile di pittura divisionista. Fu coinvolto nei tumulti del 1898 a Milano e nella censura poliziesca che seguì alla sanguinosa repressione del tenente generale Fiorenzo Bava Beccaris, lamentando nelle sue memorie di aver subito per anni i controlli della polizia ("Passo per il pittore degli anarchici"). Ha toccato nella sua opera temi politici e sociali che coinvolgevano i processi messi in atto dalla modernizzazione di Milano.
Tra il 1900 ed il 1932 partecipa alle maggiori esposizioni nazionali e internazionali. Sviluppa un crescente contatto con la natura e si avvicina al buddismo, trascorre lunghi periodi di lavoro in montagna, soprattutto nelle montagne del Massiccio del Bernina, dove esegue molti dipinti dal vero.
Dopo la prima guerra mondiale si rinchiude in sé stesso, l'età gli impedisce di spingersi in alta quota mentre la pittura diviene sempre più smaterializzata.
Lontano dalla scena espositiva, lavora per poche persone con cui è in contatto diretto e si tiene lontano dai mercanti d'arte.
Nel 1928 sposa la sua compagna Fiorenza de Gaspari, conosciuta in casa dell'avvocato Luigi Majno, suo estimatore.
Muore a Milano, nel proprio studio, il 29 novembre 1932 e viene sepolto al Cimitero Monumentale di Milano.

 

 


ulteriori informazioni sulla vita e le opere dell'artista sono reperibili presso il sito di Wikipedia
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