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15 Settembre 2017





LAVORO E ARTE
 Il Lavoro nell'Arte
 Sezione curata da Corrado Calò
 intenditore d'arte


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Il fabbro
di Tullo Golfarelli
1892

il fabbro - tullo golfarelli
"Il fabbro" - opera scultorea in marmo - Tullo Golfarelli - 1892

scheda critica


Nel Chiostro VII della Certosa di Bologna, il chiostro “borghese” per eccellenza, realizzato fra gli anni ’60 e ’70 dell’Ottocento dall’architetto e archeologo Antonio Zannoni (lo scopritore della necropoli etrusca proprio là dove si trova l’attuale cimitero), troneggia un’imponente scultura raffigurante un “umile” lavoratore: “Il fabbro” di Tullo Golfarelli. Ancorché scurita dal tempo e quindi poco leggibile nei particolari (ma sembra siano stati reperiti i fondi per la sua pulitura), l’opera colpisce per la sua qualità e per la “fierezza” che esprime. Balza infatti anche agli occhi del più distratto visitatore che si tratta non di una semplice scultura funeraria, ma di un vero e proprio monumento. Lo sguardo più attento scorgerà infatti alla base del “fabbro” un’incisione: LABOR. Non l’effigie del defunto, il fabbro comunale Gaetano Simoli, raffigura dunque la statua, ma il lavoratore consapevole e orgoglioso delle proprie capacità, il “grande artiere”, volendo usare le parole di Giosuè Carducci, “che al mestiere/ fece i muscoli d’acciaio:/ capo ha fier, collo robusto,/ duro il braccio, e l’occhio gaio”. L’autore dell’opera è Tullo Golfarelli, nato a Cesena nel 1853, e considerato a ragione il massimo scultore emiliano romagnolo della fine dell’Ottocento. Egli realizzò questa scultura nel 1892, quando si era da poco trasferito a Bologna, e il successo fu tale che il Comune gli commissionò l’altorilievo per la scalea della Montagnola raffigurante la “Cacciata degli Austriaci da Bologna nel 1848”. I temi “popolari” gli erano congeniali, e del popolo e dei lavoratori ritraeva non, come abbiamo visto in Vincenzo Vela e in Telemaco Signorini, la sottomissione e la rassegnazione, ma l’affrancamento, la coscienza del proprio valore, la volontà di riscattarsi e di affermarsi nella Storia. Giovanni Pascoli, che del Golfarelli fu estimatore ed amico, descrisse il Fabbro con queste parole: “fiero, altero, severo, sereno. In qualche modo il suo grembiule di duro cuoio ricorda il lungo scudo del cavaliere dei santi. Tutti e due sono la forza che si sa e perciò non si grida.”

 

san giorgio - donatello
"San Giorgio" - opera scultorea in marmo - Donatello - 1416/1420

 -
Anni dopo Tullo Golfarelli diverrà, si può dire, il ritrattista ufficiale di Carducci, realizzandone la maschera mortuaria e numerosi busti, fra i quali quelli nell’Aula Carducci dell’Università di Bologna, nei giardini pubblici di Trento e nel liceo “Archita” di Taranto. Non gli verrà commissionato però il monumento nazionale al Poeta, affidato invece a Leonardo Bistolfi.
Morirà, quasi dimenticato, a Bologna, nel 1928, quando il “realismo di stampo sociale” cui aveva improntato la sua arte era ormai passato di moda ed era anzi divenuto sospetto.

di Corrado Calò
Pubblicato su “Slurp!” del dicembre 2011
Bologna

postilla


Se ancora nel 1984, nel bel libro fotografico «…COME FA PRESTO SERA,/ O DOLCE MADRE, QUI!  Itinerario pascoliano nelle Certose di Bologna e Ferrara» Elisabetta Silvestrini poteva scrivere che “le grandi sculture dei cimiteri ottocenteschi sono ancora poco conosciute e poco studiate, sia da parte delle scienze umane, sia da parte delle discipline storico-artistiche”, oggi, a distanza di neppure trent’anni, il quadro è completamente mutato. Gli studi e le pubblicazioni sui cimiteri italiani fervono un po’ dappertutto, e non solo al Nord ma anche nel Meridione, basti pensare al Gran Camposanto di Messina, lo “Staglieno del Sud”, oggetto di innumerevoli approfondimenti storici, architettonici e artistici. Così, se fino a non molto tempo fa si tornava da Parigi “carichi di meraviglia” per aver visitato il Père-Lachaise, oggi possiamo farci cogliere dallo stesso incanto guardando con rinnovata consapevolezza la maggior parte dei nostri cimiteri, almeno nella loro parte storica e monumentale. Certo, è un discorso che ci porterebbe lontano e questa, in fondo, è solo una «Postilla», ma non si può non citare, per concludere, il documentatissimo volume del 2012 di Gian Marco Vidor – che i cimiteri li conosce bene, e non solo quelli italiani - «Biografia di un cimitero italiano. La Certosa di Bologna», un’opera imprescindibile per chi voglia accostarsi a questo genere di studi.

 

artista


Tullo Golfarelli
(Cesena, 24 giugno 1853 – Bologna, 30 marzo 1928)

Tullo Golfarelli nacque a Cesena il 24 giugno 1853, da Enrico, orafo, e da Vittoria Bassoli. Apprese la tecnica dell'incisione e della lavorazione dei metalli presso la bottega del padre; dal 1878 è documentato a Roma, dove si recò per perfezionare l'arte dell'oreficeria studiando con lo scultore orefice P. Gagliardi. L'alunnato artistico del Golfarelli, che lo accostò sempre più alla scultura, proseguì tra Parigi, Bologna, Venezia, Firenze. Nel 1880 risulta essere a Napoli, dove, l'anno seguente, tentò di essere ammesso all'Accademia di belle arti presentando il bozzetto L'affetto. Nonostante l'esito negativo del concorso, egli nella città partenopea ebbe modo di entrare in contatto con D. Morelli, F. Palizzi e, soprattutto, con V. Gemito dal quale mutuò quel realismo nella resa dei volti scolpiti che caratterizzerà buona parte della sua produzione.
Tra le prime opere pubbliche del Golfarelli figura un busto marmoreo di Garibaldi (1883), posto nel sottoportico del palazzo comunale di Cesena, dove è collocata anche un'altra opera giovanile, il medaglione per Leonida Montanari (1887) inserito in una grande lapide murale. Nel 1884 realizzò per Cesenatico un secondo busto di Garibaldi, inaugurato il 2 agosto dell'anno successivo; ma, se nel primo l'immagine solenne appare risolta con un linguaggio marcatamente verista, a Cesenatico l'eroe è sottratto alla retorica celebrativa attraverso un modellato morbido e una posa che lo ritrae quasi a riposo.
Nel 1888 a San Michele in Bosco, in occasione dell'Esposizione nazionale di belle arti, il Golfarelli presentò una statuina in gesso Musica rustica, due testine in terracotta bronzea e Settembre simboleggiato da un mezzo busto in gesso bronzato. Quest'ultimo fu acquistato dal ministro della Pubblica Istruzione, P. Boselli, per la Galleria nazionale d'arte moderna di Roma.
Nel 1890 partecipò all'Esposizione umoristica bolognese con la scultura il Bacio a Ninì.
Dal 1893 si trasferì a Bologna dove si iscrisse all'Accademia di belle arti e dove perfezionò il modellato seguendo i corsi dello scultore Salvino Salvini. In questo stesso anno stabilì il suo studio di scultura in palazzo Bentivoglio, in via delle Belle Arti, che trasferì poi in via degli Angeli. Entrato a far parte nella città felsinea della "brigata carducciana", da questa data egli divenne assiduo frequentatore di circoli letterari stringendo amicizia con G. Pascoli, G. Carducci, A. Saffi, A. Costa. Fu lo stesso Pascoli, che elogiò più volte la sua opera, a commissionargli i cartoni dei bassorilievi in bronzo cesellato per le Odi barbare di Carducci.
Nel 1896, sempre a Bologna, vinse il concorso per il bassorilievo da porsi presso la scalea della Montagnola, rappresentante la Cacciata degli Austriaci da Bologna nel 1848. Divenuto uno degli artisti più richiesti per l'esecuzione di opere plastiche a carattere monumentale e celebrativo, operò per il cimitero comunale alla Certosa in una decina di monumenti funebri. Vasta eco ebbe la scultura Labor per il sepolcro Simoni: qui il Golfarelli raffigurò un fabbro a grandezza naturale che suscitò l'ammirazione di Pascoli; mentre il poeta G. Martinozzi celebrò con enfasi l'opera per la schiettezza dell'immagine.
Sempre per la Certosa aveva già scolpito il sarcofago Vaccari e il medaglione per la statua di Ulisse Bandiera.
Se in queste opere il Golfarelli, abbandonato il verismo accademico riscontrabile ancora nel monumento Ghirardi del chiostro maggiore, ricorre a un classicismo neoquattrocentesco, nel sepolcro Cillario-Gancia e nei monumenti Bonazzi e Magnani dimostra di aver accolto i dettami stilistici del gusto simbolista e liberty, riscontrabili anche nei bozzetti per fontane conservati nella Pinacoteca di Cesena, e in alcune illustrazioni per le Myricae di Pascoli.
Il 2 dicembre 1906 il giornale cesenate Il Cittadino pubblicò il discorso pronunciato da Pascoli in occasione dell'inaugurazione del busto a G. Carducci realizzato dal Golfarelli per l'aula magna dell'Università degli studi di Bologna.
Nel discorso Pascoli commentò quasi tutta la sua opera, elaborando una delle più efficaci descrizioni dello spirito artistico di questo scultore improntato "ad un realismo di stampo sociale".
Al 1907 risale un altro busto dedicato a Carducci e le nove muse dolenti conservato presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara, città per la quale realizzò anche il monumento ai Garibaldini.
Nel 1909 realizzò i busti dei fratelli Carracci, tuttora conservati a Bologna nel sottoportico della Pinacoteca nazionale.
Nel 1912 fu nominato professore dell'Accademia di belle arti. Afflitto da problemi economici e da una lunga malattia, abbandonò progressivamente la vita pubblica.
Tullo Golfarelli morì a Bologna il 30 marzo 1928.

 

 


ulteriori informazioni sulla vita e le opere dell'artista sono reperibili presso il sito di Treccani
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