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LIBRI

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Diario di un burocrate per caso
Quinto libro di Paolo Vettori
Immigrazione, integrazione ed inserimento lavorativo dei disabili sono i temi trattati con concretezza e lucidità dall’autore, sulla base dell’esperienza maturata negli anni a cavallo del 2000 nell'ufficio dell’Ispettorato del Lavoro di Brescia.

clic per ingrandire
Titolo

Diario di un burocrate per caso

Autore

Paolo Vettori

Pubblicazione

2013

Editore

Giovane Holden Edizioni

Pagine

96

Prezzo

13,00 €

ISBN

978-88-6396-304-5 

Info

Collana Battitore libero

Paolo Vettori, forte della propria esperienza lavorativa all’interno del Ministero del Lavoro, fa il punto su alcune questioni cruciali per il presente e il futuro del nostro Paese.
Primo fra tutti, il problema dell’immigrazione. Dal particolare punto di vista di Brescia, vera e propria “città-laboratorio dell’Italia multietnica di domani”, l’Autore guarda con interesse e spirito critico al fenomeno, senza mai cadere in futili ideologie o in sterili opposizioni aprioristiche: solo considerando i dati effettivi, alla luce di recenti fatti di cronaca e di riflessioni al di sopra delle parti, è possibile intravedere un cammino comune verso una giusta e pacifica convivenza tra “noi” e “loro”.
Parallelamente alla professione, una vicenda familiare costringe l’Autore a scontrarsi con le difficoltà di chi, in Italia, si trova a dover conciliare una disabilità con il proprio diritto al lavoro, tra concorsi pubblici, ricorsi al TAR e lunghe attese in tribunale: un vero e proprio caso di “ordinaria ingiustizia”, che trova qui l’occasione per mutarsi in lotta politica. Infine tre lettere, di cui una indirizzata al Ministro dell’Interno, tracciano un percorso professionale e umano volto costantemente all’incontro con l’altro, nonostante le mille difficoltà di una società imperfetta ma proprio per questo perfettibile.

Nato in provincia di Arezzo, risiede a Marina di Pietrasanta (LU).
Laureato in Scienze Politiche all’Università di Pisa, ha sviluppato una lunga esperienza professionale all’interno del Ministero del Lavoro, prima come funzionario e, dal 1987, come dirigente di strutture territoriali in varie regioni del Nord Italia.
“Narratore atipico”, come ama definirsi, ha pubblicato Chopin Express (Mauro Baroni, 1997), L’ultima estate di pace (L’Autore Libri Firenze, 1999), Isola Calva e dintorni. Lettere dal Pianeta Giustizia (Edizioni Edimet, 2005) e Faccia a faccia con l’ultimo sbirro di Stalin (Edizioni Albatros Il Filo, 2011).
Nel 2001 ha ottenuto il “Premio della Cultura” promosso dal Dipartimento Informazione ed Editoria della Presidenza del Consiglio.

 

Prefazione


 L’idea di raccogliere e pubblicare in un unico volume alcuni dei miei scritti rimasti ‘nel cassetto’, in qualche caso per parecchi anni, è nata del tutto casualmente a fine giugno, quando avevo appena finito di scrivere la Cronaca di un caso di ordinaria ingiustizia.
Mentre stavo riponendo anche quest’ultima ‘fatica’ tra le mie scartoffie, in soffitta, mi sono trovato tra le mani il diario dell’estate del 2006.
Rileggendolo, mi è balzato agli occhi il sottile nesso che lega quelle pagine remote – dedicate in gran parte ai problemi concreti di convivenza con gli immigrati in una realtà come Brescia che può ben essere considerata una sorta di ‘laboratorio’ dell’Italia multietnica di domani – a quest’ultima cronaca dal
Pianeta Giustizia.
Il punto di contatto, al di là della diversità di contenuti, lo si può ritrovare nel mio personalissimo punto di vista, da ‘intellettuale dimezzato’, mezzo intellettuale e mezzo burocrate, per riprendere un’espressione da me coniata, nel tentativo, tutt’altro che facile, di dare una definizione di me stesso.
Ovviamente questa doppia identità può assumere, in relazione ai temi trattati, connotati differenti.
Nel diario dell’estate 2006 la curiosità intellettuale per un fenomeno epocale, destinato a cambiare radicalmente la nostra società, si intreccia con le esperienze professionali di quegli anni, legate in particolare al mio ruolo di responsabile dello Sportello Unico per l’immigrazione, in una provincia di prima linea, quale, appunto, Brescia.
Ma anche nella cronaca di una ‘ordinaria’ vicenda giudiziaria (di cui la lettera al Ministro Maroni rappresenta una sorta di corollario) si ritrova lo stesso intreccio tra una caparbia curiosità intellettuale verso i grandi temi della nostra società e le mie esperienze, ormai quasi quarantennali, di ‘burocrate’. È vero che si tratta di una vicenda che esula dalla mia vita professionale (proprio per questo mi sono ritenuto libero di renderla pubblica) ma non si può certo negare un legame indiretto, eppur chiaramente percepibile, con quanto mi è capitato di vivere nei lunghi anni trascorsi all’interno di una Pubblica Amministrazione, prima come funzionario e poi come dirigente di strutture territoriali.
Un collegamento, sia pure meno diretto, con questo filo conduttore lo si può rintracciare anche nelle due lettere che chiudono il libro. In entrambe a prevalere è l’interesse per gli aspetti psicologici, riferiti a quello che potremmo definire, volendo parafrasare Manzoni, il guazzabuglio del cuore umano.
Ma nell’ultima (a Lavinia, ovvero a una ‘cugina ritrovata’) l’approccio psicologico viene declinato in chiave autobiografica e, in questo contesto, emergono anche le motivazioni che sono alla base delle mie scelte professionali (va detto per inciso che da questa lettera è tratta la definizione di
burocrate per caso, ripresa poi nel titolo).
L’altra è dedicata invece a un collega che ha compiuto il gesto estremo di congedarsi volontariamente dalla vita. Anche qua, il taglio è essenzialmente psicologico.
Non manca però neanche in questo caso un nesso preciso con la mia esperienza lavorativa, nel senso che l’ambiente in cui tale decisione estrema è maturata ed è stata posta in essere è lo stesso in cui io presto servizio, e che fa da sfondo a tutti gli scritti contenuti in questo volumetto, ovvero il Ministero del Lavoro.

Marzo 2013
Paolo Vettori

 

 L'autore


Paolo Vettori è nato a Poppi (AR) il 30 maggio del 1948.
Si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Pisa nel 1971 e dal 1987 ricopre la carica di dirigente del Ministero del Lavoro di strutture territoriali in varie regioni del Nord Italia.
“Narratore atipico”, come ama definirsi, tra le sue precedenti pubblicazioni si annoverano Chopin Express - Reportage dalla Polonia (Mauro Baroni Editore, 1977), L’ultima estate di pace (L’Autore Libri Firenze, 1999), Isola calva e dintorni: lettere dal pianeta giustizia (Edizioni Edimet, 2002) e Faccia a faccia con l’ultimo sbirro di Stalin (Edizioni Albatros Il Filo, 2011).
Ha inoltre vinto nel 2001 il “Premio della Cultura”, promosso con cadenza annuale dal Dipartimento Informazione ed Editoria della Presidenza del Consiglio.

 

Incipit 


Diario di bordo
Frammenti di vita quotidiana a Brescia,
città-laboratorio dell’Italia multietnica
di domani.

15 agosto 2006

Un Ferragosto all’insegna della quiete familiare, insieme a Carla and sons, con contorno di familiari vari (la mamma di Carla e il papà di Alessandro), di fronte a un bel branzino al forno, ai bordi della piscina del Rigamonti.
Sarà forse perché sono appena rientrato da una vacanza di dieci giorni sul Mar Baltico, tutto sommato abbastanza gradevole, ma era da parecchi anni che non trascorrevo un Ferragosto così tranquillo.
A guastare i piaceri della ritrovata pax familiare la lettura del Giornale di Brescia che oggi dedica due intere pagine all’omicidio di Sarezzo, alla vicenda della giovane pakistana assassinata in Val Trompia per mano del padre e degli altri maschi del clan familiare, in quanto colpevole di condurre una vita all’occidentale e di essere andata addirittura a convivere con un giovane italiano, un infedele.
Già ieri pomeriggio, all’aeroporto di Bratislava, mentre aspettavo di imbarcarmi per Orio al Serio, mi era capitato di sbirciare un titolo del Corriere della Sera, che annunciava l’uccisione di una giovane pakistana, perché “non voleva sposare un cugino”. Una notizia che, sul momento, mi aveva lasciato indifferente, seppur con un inconfessato senso di fastidio.
Oggi, però, è diverso.
Scorrendo le pagine del più diffuso quotidiano bresciano, mi tornano in mente i racconti di Sayad, un nostro amico pakistano.
Tra l’incredulità mia e di Carla, Sayad, un paio di mesi fa, si era lasciato andare, del tutto inaspettatamente, a talune confidenze sull’atteggiamento, nel segreto delle mura familiari, di molti suoi connazionali.
Padri, da anni regolarmente occupati presso aziende italiane e all’apparenza assolutamente integrati nella nostra società, che, ai primi segni di insofferenza delle figlie nei confronti dei rigidi precetti della tradizione islamica, non avevano esitato a rispedire le ragazze a casa, in Pakistan, pur di evitare ogni rischio di contaminazione.
Certo, nel caso di Hina, l’epilogo è stato assai più drammatico ma il movente che ha spinto la famiglia a un delitto così orrendo non è poi molto diverso rispetto alle storie di ‘ordinaria violenza’ (conclusesi col rimpatrio forzato di tante ragazze pakistane, colpevoli soltanto di voler vivere come le proprie coetanee italiane) celate dietro le parole, volutamente vaghe ma proprio per questo ancor più inquietanti, del nostro amico pakistano.
Un ragazzo in gamba, di successo (ha aperto da poco un ristorante-pizzeria nella Bassa Bresciana), un immigrato modello, che però, parlando della figlioletta, la dolcissima Fesà (una palla di burro, su cui spiccano due splendidi occhioni scuri), aveva tenuto a precisare che: “Tanto lei non si integrerà mai nella vostra società”. A inquietarmi profondamente, allora, era stato il tono della sua voce, un tono che non ammetteva dubbi, soprattutto non lasciava alcuno spazio alla volontà della figlia (ovviamente, una volta diventata adulta). Come se la figlia non avesse che due sole alternative: o adeguarsi alle regole della propria comunità e rimanere così confinata per tutta la vita in un ghetto etnico oppure venire rispedita in Pakistan, un paese per lei straniero.
Quelle parole di Sayad affiorano prepotenti da un anfratto nascosto della memoria, mentre leggo i vari articoli del Giornale di Brescia dedicati alla vicenda di Hina.
Al di là dei dettagli, appare subito chiaro che il delitto di Sarezzo non ha niente a che spartire con le tante tragedie familiari che riempiono, un giorno sì e l’altro pure, le cronache dei giornali. In questo caso, purtroppo, la follia – l’ordinaria follia che esplode, sempre più spesso, all’interno delle famiglie – non c’azzecca proprio niente (come direbbe il nostro Ministro delle Infrastrutture, l’ineffabile Di Pietro).
Mi colpisce anche un dettaglio, all’apparenza insignificante, vale a dire la scomparsa del terzo uomo (il cognato ventisettenne della vittima), che, nonostante la caccia ininterrotta, da oltre quarantotto ore ormai, da parte di carabinieri e polizia, è riuscito a rendersi irreperibile. Mi chiedo come abbia fatto, questo giovane immigrato, lontano dal proprio retroterra naturale, a far perdere le tracce di sé. Evidentemente (è l’unica risposta plausibile che riesco a darmi) ha potuto contare sulla solidarietà concreta dei connazionali. Un dubbio atroce mi attraversa, come un fulmine a ciel sereno. E se il giovane avesse trovato asilo proprio nell’appartamento che Carla ha dato in uso alla famiglia di Sayad?
Non è possibile (mi affretto a rispondere), Sayad è un bravo ragazzo, non nasconderebbe mai un criminale.
Il problema però nasce appunto qui. Quello che per noi è un pericoloso assassino, per loro (o almeno per chi è rimasto ancorato a una visione tradizionalista dell’Islam) è semplicemente un buon musulmano.
Intanto, mentre questi pensieri mi frullano per la testa, guardo e riguardo le foto di Hina e del padre Muhammar e quei due volti diventano, ai miei occhi, il simbolo del conflitto profondo che scuote non solo la famiglia Saleem ma, più in generale, le comunità degli immigrati islamici.
Il conflitto tra chi vorrebbe aprirsi al mondo in mezzo a cui vive e i tanti (troppi) immigrati musulmani che non hanno nessuna intenzione di integrarsi, anche se poi sono i primi a chiedere la cittadinanza italiana, come ha fatto, appena due mesi fa, il padre-assassino della giovane pakistana.
E noi (a cominciare dalle istituzioni) che cosa facciamo?
Rimaniamo inerti, neutrali, come se il problema non ci riguardasse.
E invece, purtroppo, il volto delle nostre città (tra venti, trent’anni o anche prima) è legato, in larga misura, all’esito di questo conflitto, a noi ignoto, di cui ci accorgiamo soltanto quando succedono fatti eclatanti.

«continua»


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