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LAVORO E ARTE
 Il Lavoro nell'Arte
 Sezione curata da Corrado Calò
 intenditore d'arte


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Le vittime del lavoro
di Vincenzo Vela
1882

le vittime del lavoro - vincenzo vela
"Le vittime del lavoro" - scultura - Vincenzo Vela - 1882

 

scheda critica


La scultura che vedete è “Le vittime del lavoro” di Vincenzo Vela, artista nato a Ligornetto, in Canton Ticino, ma a lungo soggiornante in Italia, dove acquisì fama e successo. La maggior parte delle sue opere rappresentano ‘grandi uomini’, e furono realizzate su commissione, ma questa fu il frutto spontaneo della sua ispirazione. Rappresenta un dolente gruppo di operai che, su una barella, portano fuori dalla galleria in cui stavano scavando un loro compagno morto. É un corteo funebre lento e rassegnato, ma al contempo dignitoso e solenne, quasi una processione religiosa. Scrisse lo stesso Vincenzo Vela a proposito di questa sua opera nel 1886: “Oggi che si gettano milioni per innalzare monumenti ai re e centinaia di migliaia di franchi per perpetuare la memoria dei ricchi, i cui meriti e la cui gloria sono nelle loro casseforti, mi sono sentito in dovere di ricordare alle persone di cuore questi umili martiri che sono loro fratelli e lavorano per tutti fuor che per se stessi. Feci quest’opera senza averne avuto commissione né idea da nessuno. Così ho fatto non per amore di lucro ma per desiderio di vedere eternata nel bronzo questa immagine che dovrebbe rattristare e fare arrossire di vergogna tutti coloro che hanno viscere, l’immagine dell’umanità che soffre senza ribellarsi contro l’iniquità”.
L’opera è custodita nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, ma nel 2008 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, vicino per idee e sensibilità ai valori espressi da questa scultura, ne ha voluto una replica che è stata collocata presso la sede centrale dell’INAIL di Roma, a ricordo di tutti i caduti sul lavoro e a monito che l’obiettivo finale da raggiungere è che non vi siano più infortuni mortali, ai quali – ha affermato il Presidente nel discorso di inaugurazione – “non ci si può rassegnare come ad una inevitabile fatalità”.

di Corrado Calò
Pubblicato su “Slurp!” del luglio 2011
Bologna

 

artista


 

Vincenzo Vela
(Ligornetto, 1820 - Canton Ticino, 1891)

Nato a Ligornetto nel Canton Ticino, Vela inizia a lavorare a nove anni come scalpellino nelle cave di Besazio. Nel 1832 si trasferisce a Milano dove lavora nella corporazione dei marmisti del Duomo e frequenta l'Accademia di Brera. Qui segue gli insegnamenti del carrarese Cacciatori, ma è soprattutto l'amore di Bartolini per lo studio dal vero a determinare la sua arte, che lo porterà ad essere uno dei più importanti esponenti del Realismo.
Tra il 1844 e il 1846 gli giungono le prime commissioni private, come la tomba di Maddalena Adami Buozzi, ma è con il monumento al Vescovo Luvini che egli raggiunge un grande successo negli ambienti artistici milanesi.
Nel 1847 si reca a Roma dove conosce Tenerani. Il soggiorno romano è una tappa decisiva perché introduce nuove caratteristiche nella sua arte, derivate soprattutto dallo studio dell'opera di Michelangelo e Bernini. È qui che concepisce ed esegue uno dei suoi più noti capolavori, Spartaco, conservato al Museo Vela di Ligornetto, che esporrà a Brera nel 1851.
Nel '48 Vela, artista di grande impegno civile, combatte come volontario nelle Cinque Giornate di Milano.
Dal '52 al '67 vive a Torino, dove raggiunge una notevole affermazione con numerosi monumenti funebri ed opere pubbliche, quali il monumento a Gaetano Donizetti(1855, Bergamo, Santa Maria maggiore) e il monumento a Daniele Manin (1858-61), e il monumento a Vittorio Alfieri (1858).
Famosissimo e suggestivo è il Napoleone morente, che il Vela presentò all'Esposizione Internazionale di Parigi nel '67, ottenendovi il Primo Premio, subito dopo il Dupré che vi aveva vinto il Gran Premio. Che quest'opera, oggi nel Castello di Versailles, sia senz'altro uno dei capolavori del Vela non c'è dubbio. Piuttosto è necessario liberarla da quei commenti che per troppo tempo, come del resto è accaduto per la Fiducia in Dio del Bartolini, ne hanno limitato l'apprezzamento, giudicandola troppo enfatica o teatrale. Una straordinaria misura governa invece quest'opera, che affronta un tema tanto ingombro di pathos storico e letterario. Il Napoleone del Vela è molto meno enfatico ed eloquente del Cinque maggio manzoniano, che pure il Vela considerava come una fonte della sua ispirazione. Il suo «uomo fatale» non è il personaggio in cui Dio volle «del creator suo spirito - più vasta orma stampar». E piuttosto un uomo finito e malato, assorto nei pensieri di un destino ormai remoto di potenza e di gloria. Seduto in poltrona, con la schiena appoggiata al cuscino, con indosso una vestaglia che gli si apre sul petto e una coperta che dalle gambe gli scende abbondante sui piedi, egli posa la mano sinistra su di una carta geografica dell'Europa, spiegazzata e aperta sulle ginocchia. L'antica energia l'ha abbandonato, il corpo è stremato. Solo nel volto si raccoglie con intensità il senso del suo destino compiuto. E sul volto il Vela ha lavorato con rigore, senza forzature retoriche. È un volto dominato dalla grande fronte, su cui si allungano pochi capelli umidi di sudore; con lo sguardo fisso in avanti, le guance smunte.
Nello stesso periodo insegna scultura all'Accademia Albertina di Torino, che lascia nel 1867 per stabilirsi definitivamente a Ligornetto.
Nel 1882, in occasione dell'apertura del Gottardo, esegue l'altorilievo Le vittime del lavoro (Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna), opera che inaugurò con dignità la storia del nostro realismo sociale, di chi può considerarsi il manifesto. Rappresenta un gruppo s'operai che, su di una barella, portano fuori della galleria, in cui stanno scavando, un compagno morto sul lavoro. La cadenza delle figure, che avanzano nel buio rischiarato solo dalla lanterna tenuta alta dall'operaio centrale, ha l'andamento d'una marcia funebre lenta e solenne. La modellazione è ricca, sensibile a ogni dettaglio.
Un realismo sociale che, perseguito anche nella pittura, aveva però avuto un precedente due anni prima (1881) nell'esasperato verismo con cui modellò un bronzo ilProximus tuus nella Galleria Nazionale d'Arte Moderna.
Vela morì il 3 ottobre 1891. Gran parte della sua produzione è raccolta nella gipsoteca Vela a Ligornetto.

 


ulteriori informazioni sulla vita e le opere dell'artista sono reperibili presso il sito di Wikipedia »
succ »


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