amarcord.amicinellarte.it
English Version Versione in Italiano 
Visitatori: 5.471.151
Mercoledì, 16 Ottobre 2019


PRIMO PIANO

SOCI

GALLERIE PERSONALI

CALENDARIO

PRESS ROOM

LINKS

LOGIN
Ricorda Login 

CERCA NEL SITO

Ricerca avanzata > 



HUMOR'S CORNER

SEGNALA UN EVENTO

IN EVIDENZA


ISCRIVITI AL SITO

COME ASSOCIARSI

*PAYPAL*

CERCO / OFFRO

PRIVACY

AGGIORNAMENTO
15 Settembre 2017





LIBRI

« precsucc »

Il trillo del diavolo
Una storia noir ambientata a Savona
Un giallo mediterraneo dove l’inchiesta sul delitto si intreccia con la storia e i paesaggi della Liguria

clic per ingrandire
Titolo

Il trillo
del diavolo

Autori

Elena Buttiero, Ferdinando Molteni

Pubblicazione

2013

Editore

De Ferrari

Pagine

128

Prezzo

10,00 €

ISBN-13

978-88-6405-425-4

Info

Collana Oblò 

Commenti

Letteratura Italiana - Reparto Gialli 

1° marzo 2013 - “Il trillo del diavolo” alla Feltrinelli di Savona

trama


Nel sottotetto del Teatro Chiabrera di Savona l’impiegata Tiziana Delucis trova un cadavere. Ha il cranio spaccato e in mano un frammento di carta con alcuni segni indecifrabili. È il 4 marzo 2008.
Tiziana, cantante mancata con un burrascoso passato sentimentale, comincia ad indagare...
“Il trillo del diavolo” è un giallo mediterraneo dove l’inchiesta sul delitto si intreccia con la storia e i paesaggi della Liguria, con la sua cucina, la sua poesia e il racconto dell’amore di una giovane e bella milanese – Titti Delucis appunto – per la piccola e dolce Savona.

 

autori


Elena Buttiero (Pinerolo 1961) è una musicista e insegnante di musica. Suona pianoforte, spinetta, arpa celtica e ghironda. Ha inciso due album con la formazione Birkin Tree (Continental Reel, A Cheap Present), due con il mandolinista Carlo Aonzo (Il mandolino italiano nel Settecento, Fantasia poetica) e uno con il trio Arethusa Consortium.
Ha effettuato tournée di concerti in Europa, Stati Uniti e Canada. Ha scritto metodi di solfeggio e di introduzione al pianoforte pubblicati dalle Edizioni Carisch. Vive a Savona. Questo è il suo primo romanzo.

Ferdinando Molteni (Finale Ligure 1962) ha pubblicato una ventina di volumi per case editrici come Vallecchi, Electa, Arcana. Ha scritto e scrive di cultura sul Secolo XIX di Genova, sul Foglio di Giuliano Ferrara e su Diario di Enrico Deaglio.
Il suo ultimo saggio è Controsole. Fabrizio De André e Creüza de mä (Arcana). Per Massimo Ghini ha scritto il testo La strana morte di un cantautore (in onda su Raidue nella serie Delitti rock) e per Roberto Tesconi l’atto unico Luigi Tenco. L’ultima notte (De Ferrari Editore). Vive a Savona. Questo è il suo primo romanzo.

 

incipit


La schiena contro la parete cominciava a farle male. Il bacio avido e furioso durava da un’eternità. Alzò lo sguardo sulla fronte di lui. Carlo Challier stava perdendo i capelli e lei se ne accorgeva solo ora, che lo aveva addosso. I grossi seni compressi dal suo petto la facevano soffocare. Aveva sentito il suo membro ingrossarsi fino quasi a scoppiare. Era stato brutale e velocissimo Challier. E le stava piacendo da morire.
Nonostante la foga dell’inatteso rapporto, Tiziana Delucis non perse la lucidità. Se ne sarebbe pentita, pensò. Se la stava spassando, ma il senso di colpa l’avrebbe divorata per chissà quanto tempo. E intanto Challier andava avanti, insinuando la sua mano dalle lunghe dita di musicista sotto la gonna di Tiziana. E poi ancora sotto, fino a sfilare le minuscole mutandine.
Stava sudando Tiziana. E anche Challier. Si ritrovò a leccargli il collo e ad infilargli la lingua dentro l’orecchio. Challier ansimava e il cuore sembrava rimbombare nel silenzio assoluto della scala del teatro. E la baciava, dappertutto e senza sosta.
Lo aveva incontrato per caso pochi minuti prima. Lei che doveva salire fino al sottotetto. Lui che armeggiava con la serratura del suo ufficio di presidente dell’orchestra sinfonica di Savona, affacciato sulle strette scale polverose del teatro. Era bastato uno sguardo, poi l’impercettibile e invitante sorriso di Tiziana l’aveva scatenato. Lei s’era fatta afferrare ed ora gli stava infilando la mano dentro la patta dei pantaloni. Arrivò giusto in tempo per sentire il calore che sgorgava dal membro di Challier attraversarle le dita.
«Scusami Titti. Scusami tanto. È stato più forte di me.»
Lei tirò fuori la mano, lui un fazzoletto di carta dalla tasca. Lei gli sorrise, lo baciò sulle labbra e riprese a salire. Le scale interne del teatro Chiabrera erano sporche. Dal piccolo bagno del piano mezzano usciva un forte puzzo d’orina. Il teatro, costruito alla metà dell’Ottocento, era stato più volte restaurato. Qualche anno fa era pure crollato il soffitto, trascinato giù dal peso del massiccio lampadario. Ma ogni volta avevano dimenticato di metter mano alle scale di servizio. E al maledetto bagno del mezzanino.
Tiziana salì senza toccare la ringhiera. E guardando bene dove metteva i piedi. Più saliva e più la luce se ne andava. Quando arrivò davanti alla porta d’accesso al sottotetto era praticamente al buio. Fece fatica ad infilare la piccola chiave nel lucchetto. E fece fatica a sfilare la corta e pesante catena che serrava la porta di metallo arrugginito.
Quando fu dentro cercò a tentoni l’interruttore, che ricordava a sinistra dell’ingresso. Anche con la luce accesa la visibilità era scarsa. E pensare che l’aspettavano due ore buone di lavoro. Erano le 15 e 25 del 4 marzo 2008.
Al direttore del teatro, Dino Sirotti, quella mattina era venuta la bella idea di farle verificare lo stato di conservazione di alcune vecchie scene. Voleva allestire, in grande economia, una Traviata, utilizzando l’orchestra cittadina e due bravi cantanti che proprio al Chiabrera avevano debuttato una decina di anni prima. Ma servivano le scene. E lui ne ricordava alcune,
fatte da un buon pittore.
«Tiziana – le aveva detto quella mattina Sirotti – dovrebbe cortesemente verificare come stanno i fondali della Traviata del ‘93. Anche se lei, nel ‘93, non era ancora nata.»
Era il suo modo di essere galante. E di essere autoritario.
«Questo pomeriggio – continuò – dovrebbe andare a controllare nel deposito del sottotetto. Per come le ricordo io, quelle scene dovrebbero essere ancora in buone condizioni. Non appena avrà fatto la verifica venga a riferire nel mio ufficio.»
Accidenti a te, pensò Tiziana rabbiosa. Passi le giornate a far niente nel tuo bell’ufficio e poi mandi me a ficcare le mani in quei lerci fondali. Puntò i gomiti sulla scrivania e si prese tra le mani la testa. Gli occhi scorsero la prima pagina della Stampa di quella mattina. Lesse: «Morti per salvare un compagno. Strage sul lavoro a Molfetta: quattro vittime in un’autocisterna.» Povera gente, pensò Tiziana. E io che mi lamento delle dannate scene della dannatissima Traviata.
Il sottotetto del teatro Chiabrera ricordava un bordello degli anni della guerra. Alle pareti, opera di ignoti pittori, donnine mezze nude, battute e sfottò calcistici. Tutto intorno polvere, escrementi di topo e una vecchia branda metallica che pare servisse ai solitari pisolini di qualche vecchio attrezzista. Ne aveva viste e sentite di tutti i colori, il sottotetto del
Chiabrera.
Le scene da controllare erano in fondo, nell’ultimo stanzone dalla parte opposta dell’ingresso. In mezzo c’era quello che era diventato l’archivio del teatro: casse su casse di ritagli, programmi di sala, copioni, manifesti e partiture. Tutto finiva lì a marcire, dalla fine della guerra in avanti.
Tiziana fece pochi passi, sempre attenta a dove metteva i piedi. Poi un brivido le percorse la schiena. A terra, in un lago di sangue, c’era Sirotti.
Gli occhi sbarrati e le braccia aperte. Le gambe ritorte in una posa innaturale. Sembrava un burattino, pensò Tiziana. Un Pinocchio disarticolato. Ma più basso.
Si avvicinò col cuore che le pompava nel petto. La faccia di Sirotti era livida, le labbra rese invisibili da una smorfia di sgomento e terrore. Un conato di vomito le spezzò il fiato e dovette appoggiarsi alla parete unta e fredda.
Passarono pochi interminabili minuti, quando finalmente Tiziana sembrò ridestarsi. Il primo istinto fu quello di scappare, di correre di sotto a chiamare aiuto, di cercare Challier che di sicuro era ancora in ufficio. Poi la curiosità e la sua indole d’investigatrice presero il sopravvento. E poi Bacci Pagano, il suo detective preferito, sarebbe rimasto lì sul posto, pensò.
Si sedette sulla branda metallica. Da quella posizione poteva vedere tutto il corpo di Sirotti e cominciò ad esaminarlo. Intanto, lentamente, sfilò il cellulare dalla piccola tracolla che portava sempre e compose il numero del colonnello dei carabinieri Costantino Marras.
Fu quando ripose il telefono – dopo aver parlato con Marras – che capì, per la prima volta, di essere sola con il cadavere di Sirotti. Ed ebbe paura. Poteva essere caduto accidentalmente e aver battuto la testa in un basso e acuminato gradino. Il pavimento del sottotetto era dissestato, pieno di inciampi, scalini, piastrelle sconnesse. Ma quegli occhi e quelle labbra rinserrate potevano far pensare ad altro: qualcuno poteva averlo fatto fuori e l’assassino essere ancora lì, da qualche parte. Cominciò ritmicamente a tremare. Poi si ricordò che il lucchetto della porta metallica era chiuso, quando lei era arrivata. E che dal sottotetto non si usciva che per quella porta. Lentamente smise di tremare e sentì voglia di fare pipì.
Il tempo passava lentamente nel sottotetto del Chiabrera. Il colonnello Marras ci avrebbe messo venti minuti buoni dalla caserma di corso Ricci al teatro. Tanto valeva rilassarsi. Tiziana prese allora ad osservare Sirotti. I capelli sottilissimi e corti, leggermente brizzolati e la chierica, che da qualche anno lo tormentava. Il viso glabro, da fauno dei boschi. Non si sarebbe sorpresa, a quel punto, di veder spuntare da quella fronte rugosa due piccole corna.
Non era mai stato un bell’uomo, Sirotti. Ma ad un certo tipo di donne piaceva. Alle piccolette come lui e alle troiette che frequentano gli ambienti teatrali, pensò Tiziana. E a lui le donne piacevano. Anche troppo.
Vestiva sempre nello stesso modo. Camicia chiara e pulloverino leggero blu. Anche in quell’ultimo giorno non aveva fatto eccezione. Pensò che la giacca e la cravatta gliele avrebbero messe quelli delle pompe funebri. Forse la stessa giacca e la stessa cravatta che aveva usato alla riapertura del teatro, dopo il crollo della volta, giusto tre anni prima. Probabilmente le uniche che avesse.
Fu a quel punto che Tiziana vide spuntare dalla mano destra di Sirotti, che aveva chiusa in un piccolo pugno quasi infantile, un frammento di carta. Si sporse dalla branda senza neppure alzarsi e lo sfilò.
Sopra al pezzo di carta c’erano alcuni segni, che Tiziana riconobbe come lettere di una lingua antica, forse ebraico. Dalla tracolla estrasse una piccola agenda e l’aprì a caso. Su una pagina ricopiò, come poté, quelle misteriose lettere. Poi rimise il frammento al suo posto. La fredda manina di Sirotti si aprì senza fatica. Il rigor mortis era ancora lontano. Si ricordò di aver letto qualcosa in proposito: «La rigidezza completa impiega circa 10-12 ore per svilupparsi in un adulto medio quando la temperatura ambientale è 20-25 gradi centigradi. Il corpo rimarrà rigido per 24-36 ore a questa stessa temperatura prima che la decomposizione inizi a dissolvere i muscoli e li induca a rilasciarsi, nello stesso ordine in cui si sono irrigiditi.»
Chissà se Sirotti era un «adulto medio», pensò. Magari con lui il rigor mortis avrebbe fatto prima. Ma il direttore era morto da poco e Tiziana lo sapeva: gli aveva parlato non più di cinque ore prima.
Il colonnello Marras arrivò accompagnato dal maresciallo Garelli. Marras era un vecchio amico di Tiziana. Si erano conosciuti ad una prima teatrale e lui non aveva mai fatto mistero di avere un debole per lei. Massiccio, il cranio raso, Marras aveva l’andatura dell’uomo abituato a comandare.
Si avvicinò a Tiziana che ancora non si era alzata. Le sfiorò il viso con la mano. Lei lo guardò riconoscente. Fu in quel momento che si rese conto di essere esausta. Fu Garelli a prenderla per un braccio e a farla uscire dallo stanzone. Si sedette su un gradino, appena fuori della porta metallica. Da lì riusciva a sentire il colonnello che parlava con il procuratore della repubblica. Nel giro di pochi minuti il sottotetto del Chiabrera sarebbe diventato il posto più affollato della città.
Marras raggiunse Tiziana e si sedette al suo fianco, sul gradino. Ci stavano stretti, ma alla ragazza il contatto con il corpaccione di Marras dette tranquillità. Si sentiva protetta. Il flusso delle emozioni stava allentando la presa e sentì gli occhi riempirsi di lacrime.
«Lasciati andare. Sfogati.»
Tiziana pianse sommessamente. Marras le passò un fazzoletto di carta.
Era la seconda volta, quel giorno, che un uomo gliene offriva uno.
Poi, lentamente, cominciò a raccontare. Di quella mattina, del lavoro che doveva fare, di quanto poche ore prima avesse odiato Sirotti e di quanto adesso gli facesse pena. Poi gli disse del pezzo di carta.
«Forse non c’entra, o forse sì. Nella mano destra ha un biglietto, un frammento di carta. Ci sono dei segni sopra. Merita un’occhiata.»
«E tu come fai a saperlo? Non mi dire che hai toccato il cadavere!» fece Marras, ritornato per un momento carabiniere.
Tiziana lo guardò. Gli occhi ancora lucidi e un accenno di sorriso sulle labbra.
Marras scosse la testa, si alzò e tornò dentro.

 



« precsucc »


versione senza grafica
versione pdf

 





Copyright © Pascal McLee 2000-2017. All Rights Reserved.
Amici nell Arte noprofit - C.F. 90034540097
Questo sito web fa uso di cookie tecnici 'di sessione', persistenti e di Terze Parti.
Non fa uso di cookie di profilazione.
Proseguendo con la navigazione intendi aver accettato l'uso di questi cookie.
OK
No, desidero maggiori informazioni