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15 Settembre 2017





INTERVISTE

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Paolo Vettori
Presentazione del suo quarto libro nello spazio Cottalasso4You di Albenga
Faccia a faccia con l'ultimo sbirro di Stalin: la storia del secondo dopoguerra nei Paesi dell'Est Europa è una storia difficile, dura, cruenta...

Il personaggio del giorno
Quattro domande a Paolo Vettori

A.A. Dottor Vettori, ci parli un po’ di lei e dei suoi interessi professionali e personali.
P.V. Mi chiamo Paolo Vettori e da oltre 37 anni (da quando, cioè, la ricerca di un impiego stabile mi ha portato lontano dalla natia Toscana) il mio percorso lavorativo si è snodato all’interno delle strutture territoriali del Ministero del Lavoro.
Si è trattato di un’esperienza umana e professionale ricca di stimoli, specie dal momento in cui – superato il concorso per dirigenti – sono stato chiamato, nell’ormai lontano 1987, a dirigere uffici territoriali del Ministero in tre diverse regioni, prima in Lombardia (a Como e soprattutto a Brescia), quindi in Emilia, a Piacenza, e infine, da oltre 10 anni, a Genova dove opero ancora oggi come Direttore Regionale del Lavoro della Liguria.
E tuttavia questo intenso percorso lavorativo non mi ha impedito, per fortuna, di continuare a coltivare l’interesse per la Storia che, fin dagli anni degli studi universitari a Pisa, alla Facoltà di Scienze Politiche, si era indirizzato verso le travagliate vicende dell’Est Europeo, nel secondo dopoguerra, connesse all’avvento delle cosiddette
“democrazie popolari”.
L’interesse per quelle pagine di Storia, piuttosto trascurate qua da noi, mi ha portato, già negli anni ‘70, a frequenti viaggi
“oltre la cortina di ferro”, da cui è scaturito un legame con la Polonia, che si è andato rafforzando col trascorrere del tempo e col maturare degli eventi, culminati nell’implosione dell’impero sovietico tra il 1989 e il ‘91.

A.A. Qual è il titolo del suo ultimo libro, quale sentimento l’ha indotto a scriverlo e di cosa tratta?
P.V. “Faccia a faccia con l’ultimo sbirro di Stalin” (questo il titolo del libro) nasce dalla combinazione di due diversi interessi: un interesse storico, maturato sui banchi dell’Università se non addirittura del Liceo, che si è andato indirizzando, sin dai primi anni ‘70 al tempo dei miei viaggi “oltrecortina”, verso la Storia drammatica della Polonia nel XX secolo ed un interesse, più recente, per il percorso umano e psicologico di chi è stato profondamente segnato da quegli avvenimenti.
La combinazione di questi due differenti profili costituisce, per così dire, l’ossatura del libro, in cui il clima di terrore degli anni seguiti all’instaurazione del regime comunista in Polonia viene rivissuto attraverso i ricordi di un carnefice, o, a voler essere più precisi, di una pedina del poderoso apparato poliziesco messo in piedi dagli uomini di Stalin a Varsavia, come anche nelle altre capitali dell’Est.
Nelle pagine del mio libro, le vicende tormentate dell’immediato dopoguerra, a oriente della
“cortina di ferro”, rimangono però sullo sfondo, fanno semplicemente da cornice alla singolare vicenda umana di una vittima della “shoà” (trattandosi di un bambino ebreo scampato per puro caso alla sorte toccata ai propri congiunti) che nel giro di pochi anni finisce per assumere il ruolo del carnefice, nei panni di una sbirro dell’“U.B.”(la polizia politica dell’epoca) impegnato, come racconta lui stesso, nel “lavoro sporco”, quello di andare a prelevare nelle loro case, in piena notte, i propri concittadini destinati alla deportazione in Siberia, un destino che, nel decennio del terrore staliniano, si è abbattuto, nella sola Polonia, su decine di migliaia di persone, magari colpevoli semplicemente di aver criticato il nuovo regime e dei quali assai spesso si sono perse le tracce per sempre.
Il libro è tutto costruito sull’intreccio tra le vicende personali del protagonista e i grandi eventi di cui è stato testimone, un intreccio che consente di mettere in luce alcuni lati oscuri, ignorati dagli stessi polacchi, a partire
“dalla vena sotterranea di antisemitismo” che scorre nelle viscere di questo grande popolo e che ogni tanto riaffiora in superficie.
La vicenda umana del mio protagonista sembra essere scandita dall’esplodere improvviso dell’antisemitismo sin dall’inizio, quando la sua famiglia cade vittima della
“caccia all’ebreo”, promossa, nei paesini vicino a Byalystok, non dalle SS o dalla Wermacht, ma dalla gente del posto, decisa ad approfittare della presenza delle Armate di Hitler per sbarazzarsi, una volta per tutte, degli ebrei, che da secoli avevano messo radici nella zona.
Dalle sue stesse parole, emerge con chiarezza che la vicenda dei pogrom antiebraici del luglio ‘41 tra Radzilòw e Jedwabne (venuta alla luce grazie ad un libro dello studioso nordamericani Jan Gross, pubblicato anche in Italia nel 2002 col titolo eloquente de
“I carnefici della porta accanto”) costituisce solo la punta dell’iceberg di un diffuso sentimento antisemita, che si intreccia, ancora una volta, con le vicende personali del nostro uomo nella tarda primavera del ‘68, quando suo zio, pezzo grosso della Polizia del regime, viene coinvolto nella cacciata in massa dal Paese degli ebrei (ben quindicimila, tra cui parecchi intellettuali, ma anche uomini degli apparati dello Stato) al termine di una furibonda campagna antiebraica scatenata da Gomulka, e dal suo entourage, nell’intento di utilizzare la sparuta comunità ebraica, sopravvissuta all’olocausto e al successivo esodo verso la Palestina, come capro espiatorio del crescente malcontento verso la “nomenclatura” al potere.
Ho voluto soffermarmi su questo aspetto perché aiuta a comprendere le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo libro, nato anch’esso (come del resto
“Chopin Express”, la mia opera prima pubblicata nel ‘98) dall’ammirazione per il popolo polacco, maturata nel clima, ancora difficile, degli anni ‘70. Rispetto a “Chopin Express” (che raccoglie le mie esperienze di viaggio nella Polonia del periodo antecedente alla nascita di Solidarnosc) questo nuovo libro segna una tappa più matura, nel mio rapporto col popolo polacco, caratterizzata da una raggiunta consapevolezza delle contraddizioni derivanti da una storia secolare travagliata, tra cui si colloca appunto una certa vena, sotterranea, ma non per questo meno pericolosa, di antisemitismo presente ancora oggi.
Eppure questa nuova consapevolezza non mette assolutamente in discussione – ci tengo a sottolinearlo – l’ammirazione verso un popolo che, fin dall’epoca delle spartizioni del Paese nel ‘700, ha saputo conservare la propria identità nazionale, minacciata ad ovest dai prussiani e ad est dai russi, ed è uscito indenne, nonostante le tremende ferite, anche dagli avvenimenti drammatici del ‘900.

A.A. Che messaggio vuole trasmettere al lettore mediante il suo libro?
P.V. Il messaggio di queste mie pagine può essere condensato in una semplice considerazione, ovvero che le vicende storiche, specie di un secolo tormentato come il ‘900 non possono essere lette in chiaroscuro, in un’ottica sostanzialmente manichea, ma vanno colte nello loro complessità e nella piena consapevolezza delle contraddizioni che inevitabilmente ne conseguono.
Lo stesso discorso può essere agevolmente riportato sul piano individuale, psicologico.
E in tal senso va letta anche la singolare parabola del protagonista, da vittima a carnefice.

A.A. In ultimo, che cosa si aspetta da questa pubblicazione?
P.V. Mi auguro semplicemente di riuscire a suscitare nei lettori curiosità ed interesse verso vicende storiche che, seppure relativamente recenti e ancora molto vive nella memoria storica dei polacchi e degli altri popoli dell’Est europeo, sono stranamente sottovalutate, se non ignorate del tutto, almeno qua da noi.


» Faccia a faccia con l'ultimo sbirro di Stalin 
di Paolo Vettori
Di ambientazione indiscutibilmente storico-politica, “Faccia a faccia con l’ultimo sbirro di Stalin” è il quarto lavoro scaturito dall’agile penna di Paolo Vettori. Il libro raccoglie la confessione di un uomo, il protagonista del racconto, attraverso le parole del quale l’autore fornisce un’interpretazione di molte delle pagine oscure della Storia della Polonia.
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