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Bodoni Giambattista
tipografo
Il re dei tipografi: l'abilità tecnica, la cultura e l'inventiva gli consentironodi rinnovare l'arte della stampa

Fu chiamato "re dei tipografi" e "tipografo dei re" Giambattista Bodoni, la cui abilità tecnica, abbinata a cultura e inventiva, gli consentì, nel corso del Settecento, di rinnovare l'arte della stampa secondo criteri, di matrice illuministica e neoclassica, di armonia e bellezza severa.
Le sue composizioni, i suoi libri sono giocati su caratteri netti che spiccano scuri sulla pagina bianca, formalmente gradevoli nel loro rigore, nell'assenza quasi totale di abbellimenti forzati, di ricerca di effetto ad ogni costo. E grafica senza sconti al facile gusto illustrativo; il risultato risiede, appunto, in un sistema quasi binario, bianchi e neri, pieni e vuoti, affermazione e negazione, combinati con la ricerca costante dell'equilibrio che rende i suoi lavori a stampa, oltre che tipici e belli, una lezione importante. Importante ancora oggi o forse ancora di più oggi quando, nel settore, i progressi tecnologici hanno portato a una rivoluzione enorme nelle tecnologie di stampa.
Però proprio il diffuso e, ormai indispensabile, uso dell'informatica ha, come risvolto in negativo, comportato una diffusa omologazione, un appiattimento sul piano del gusto, messo in posizione secondaria rispetto alle esigenze di rapidità ed economicità della produzione.

Scrive Franco Maria Ricci, un editore che ha fatto della raffinatezza estetica la cifra della sua attività, in un volume dedicato al grande tipografo saluzzese: "Ma perché Bodoni? Forse anche per vicinanza e familiarità, essendo io figlio di Parma; ma soprattutto per amore e interesse verso un aspetto recente della cultura - la grafica - che, al limite fra arte e industria, ha in Bodoni il suo maître storico. Credo che Bodoni vada riscoperto con l'occhio di oggi, reso attento e smaliziato dalla nostra cultura visiva. Tutta l'arte moderna ha in comune con il neoclassico Bodoni il desiderio di liberare i segni dal loro normale contesto per farli vivere in una dimensione autonoma e fantastica che, nella cultura e nell'intelligenza ha il suo limite. (...) Così è la sua grafica: sangue nereggiante sul foglio di candido avorio" (F.M. Ricci in "Bodoni 1740-1813", a cura di L. Farinelli e C. Mingardi, Franco Maria Ricci Editore, Parma 1989).

Giambattista Bodoni nasce a Saluzzo il 16 febbraio del 1740 da una famiglia che si occupava di stampa da generazioni.

un ritratto di Giambattista Bodoni Giandomenico, il nonno, aveva ereditato una tipografia dalla moglie, figlia del tipografo Vallari, e il padre Francesco Agostino, che possedeva una propria attività nel settore a Saluzzo, aveva a sua volta sposato una Giolitti, con ogni probabilità la discendente di una famiglia di stampatori da centocinquanta anni attiva fra Trino Vercellese e Venezia. Nelle mura domestiche vede da vicino, impara l'arte della produzione dei caratteri a stampa. Lui stesso dice di ricordare nella casa natia il fornello per fondere la lega di metallo, composta tradizionalmente di tre elementi, piombo, stagno e antimonio, combinati in percentuali variabili, i punzoni in acciaio per realizzare le matrici in rame e le forme per gettarle. Nel 1758 Bodoni lascia il Piemonte per Roma dove, grazie all'intervento di Costantino Ruggieri, entra nella Stamperia della Congregazione "Propaganda Fide". Una struttura nata nel 1626 per produrre libri in lingue straniere, anche molto lontane dalle più comuni, come il persiano, l'armeno, il bulgaro oltre che, ovviamente greco e latino, che fossero di supporto ai missionari della Congregazione nei loro viaggi per la diffusione della fede cattolica.

Fu un periodo importante per il nostro, durante il quale, accanto ad affinare la sua conoscenza tecnica dell'arte dell'incidere e gettare, ampliò e non poco i suoi orizzonti culturali. Roma era tutt'altro che un ambiente statico in questo campo, nonostante la scarsa propensione alle idee nuove del governo pontificio. La componente capitolina del movimento dell'Arcadia è vivace e in ambito ecclesiastico si fanno strada le posizioni giansenistiche. In più, la stamperia era dotata di un'ampia serie di caratteri, specie orientali, che incuriosirono il giovane Bodoni e, grazie all'incitamento del frate agostiniano padre Giorgi, lo indussero a interessarsi delle lingue asiatiche e ad apprendere alcune nozioni di ebraico.

Ciò gli procurò l'incarico specifico di riordinare le cassette dei caratteri orientali particolari e di realizzare la composizione dell'Alphabetum Tibetanum, nel 1759, proprio di padre Giorgi, e due anni dopo del Pontificale copto-arabo, esperienze che influenzarono il suo successivo lavoro di incisore di tipi. Una data importantissima fu il 1768, quando, il 24 febbraio, fu chiamato dal ministro Du Tillot a dirigere la Stamperia Reale di Parma, dove l'arte tipografica versava in una condizione di crisi.
Fra i primi provvedimenti di Bodoni quello di ordinare a Parigi sei tipi di Fournier, considerati i migliori caratteri dell'epoca, e poi riuscire a convincere il duca Ferdinando a impianta-re una fonderia nella città emiliana, diretta da suo fratello Giuseppe. Una scelta non facile in quanto fin dalla seconda metà del Cinquecento la fusione dei caratteri tipografici era diventata una attività indipendente dalla tipografia, soprattutto per ragioni economiche. L'installazione di una fonderia di piccole dimensioni costava tre volte di più di una media stamperia; tant'è che fino a fine Settecento il mercato dei caratteri, a livello europeo, era monopolizzato da soli tre produttori. Però questo con-sentiva a Bodoni di costruirsi i caratteri come nei suoi progetti. Le prime opere che li utilizzarono furono, nel 1771, Fregi e majuscole incise e fuse da Giambattista Bodoni, un manuale tipografico, e Epithalamia exoticis linguis reddita del 1775, composta in venticinque lingue esotiche. La fama di Bodoni come incisore, fonditore, compositore e stampatore si diffuse rapidamente fra coloro interessati alla produzione libraria e molti ne richiesero, per le loro tipografie, le prestazioni. In particolare il ministro pontifico José Nicolas de Azara gli propose di stampare a Roma una serie di classici. Ma il duca di Parma, pur di non privarsi dei suoi servigi, gli concesse addirittura di installare una stamperia privata, ospitata nello stesso Palazzo ducale.

Bodoni divenne così pure editore in proprio, anche se privilegiò, al senso pragmatico degli affari, la visione del libro come opera estetica e la ricerca della bellezza e del "ben fatto" alla convenienza finanziaria.
Stampò le opere classiche, Catullo, Virgilio, Orazio, per il De Azara, ebbe lavori dall'estero, come "Il castello d'Otranto" di Horace Walpole, in lingua originale, il teatro di Racine, oltre al "Bardo della Selva Nera" e all’"Aminta" di Vincenzo Monti, il più noto autore italiano dell'epoca napoleonica.
L'eredità di Bodoni, morto nel 1813, è racchiusa nel suo Manuale tipografico, edito una prima volta nel 1788, poi in varie edizioni delle quali l’ultima, postuma, è del 1818. In esso vi sono centinaia di caratteri tipografici, che erano tutt'altro che seriali, venivano invece realizzati alla luce dell'opera a cui erano destinati, tanto che si hanno diverse variazioni, fino a 14, dello stesso corpo con disegni e spessori differenti. Sono in effetti i caratteri l'elemento base delle opere stampate da Bodoni, curatissime sul profilo della composizione, con ampie spaziatura e margini che ne migliorano la leggibilità e il costante gioco fra bianco e nero con pochissimi altri inserti cromatici. Da far scrivere a Spadolini: ".. l'opera di Bodoni si impone ancora più per la semplicità congiunta all'intima eleganza con cui egli è capace di disegnare la pagina".

Con l’invenzione della stampa, introdotta in Europa da Gutenberg tra il 1452 e il 1456, il disegno di nuovi caratteri tipografici verrà sempre più condizionato dalle tecniche utilizzate, rendendo però al contempo possibile riprodurre qualsivoglia tipo di segno o stile tipografico. Ad esempio i bodoniani, termine con cui si individuano tutte le famiglie di caratteri dalle grazie piatte e sottili, il cui disegno fu opera di Giambattista Bodoni tra la fine del ‘700 e i primi dell’800, furono resi possibili dall’introduzione nelle tipografie dell’epoca di un nuovo processo di incisione delle lastre di rame lavorate con un bulino e con trattamenti chimici, il che consentiva di tracciare linee estremamente sottili.

il 'Manuale Tipografico' di Giambattista Bodoni

Il "Manuale Tipografico"
di Giambattista Bodoni

Questo procedimento inoltre evitava un inconveniente estremamente sgradevole tipico invece delle tecniche tradizionali dei caratteri realizzati in piombo o legno, materiali che non avrebbero potuto salvaguardare grazie sottili dal rompersi e usurarsi nel tempo. In questo modo quindi, la tecnica ha introdotto un nuovo disegno.

Resta di fatto che anche ai nostri giorni quando in ambito tipografico si menziona "Bodoni" si intende il carattere disegnato da Giambattista Bodoni. Le versioni moderne di tale carattere sono state realizzate da diverse case: Bauer nel 1926, Bertholdm Enschedè, Genzsch, Haas, Intertype, Linotype, Monotipe, Nebiolo...


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